Una delle lezioni apprese durante questo periodo d'isolamento è che talune professioni possono essere svolte utilizzando modelli organizzativi che non richiedono la presenza quotidiana sul luogo di lavoro. L'innovazione tecnologica quindi ha rivoluzionato il modo di concepire l'organizzazione del lavoro e in questo settore il nostro Paese ha compiuto in circa 50 giorni un passo in avanti molto ampio. Si pensi ad esempio alla possibilità di consentire ad un impiegato di poter assistere i figli, un genitore anziano o un parente disabile lavorando da casa.
Il progresso ha qualche controindicazione
ll progresso, tuttavia, non è scevro da controindicazioni. In un articolo del National Geographic è stato recentemente segnalato che l'uso di applicazioni per l'organizzazione di meeting e riunioni determinerebbe un affaticamento del cervello che, abituato abituato ad attribuire un significato alle parole anche in relazione agli elementi non verbali della comunicazione, è costretto a decodificare contemporaneamente così tante informazioni legate a ciascuna persona presente nella riunione online, che può succedere di non soffermarsi in modo significativo su nessuno, nemmeno su colui che parla. Questo fenomeno è stato definito "Zoom Fatigue" (nome mutuato da una delle App più in voga durante il lockdown) e, a mio parere, potrebbe essere esteso anche al management aziendale, formato ad utilizzare il contagio emotivo nel motivare i propri dipendenti nel corso di una riunione tradizionale.
La "Zoom fatigue" è un segnale che sprona al cambiamento
La domanda da porsi è se ad essere problematica sia la tecnologia o la nostra naturale difficoltà a cambiare un'abitudine o a migliorare un'attitudine. La "Zoom fatigue" è la naturale conseguenza di uno sforzo posto in essere da un cervello non abituato a confrontarsi con queste modalità di lavoro o comunicazione. Probabilmente, un giovane della Generazione Z avrebbe minori difficoltà avendo sviluppato nel corso della propria adolescenza e formazione scolastica una maggiore propensione all'utilizzo di questi strumenti tecnologici.
Un nuovo campo di lavoro per psicologi del lavoro e esperti di comunicazione
La "Zoom fatigue" è a mio parere un problema che può essere governato con la formazione e con un migliore utilizzo della tecnologia. Si tratta di esplorare nuovi scenari di ricerca e sviluppo attraverso la professionalità degli psicologi del lavoro, dei cyber psicologi oltre che degli esperti informatici e della comunicazione. Occorre accogliere di buon grado l'esperienza della "Zoom fatigue" e preparasi al cambiamento, mantenendo il passo con l'innovazione.


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